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La società italiana è entrata in una fase drammatica della sua storia. La situazione sanitaria resta difficile dopo molte settimane dall’inizio dell’epidemia e il contrasto al Covid-19 obbliga ancora oggi a rallentare la vita del paese, con gravissime conseguenze economiche e sociali. Numerose famiglie fanno fatica ad arrivare alla fine del mese e molte imprese saranno costrette a licenziare e chiudere.
Lo stato di prostrazione che ci caratterizza, però, non è da imputare in primo luogo alla pandemia. Il coronavirus ha investito l’intera umanità e generato difficoltà ovunque, ma il caso italiano è peculiare. L’emergenza ha investito un paese con istituzioni debolissime e libertà individuali quanto mai fragili, con una classe politica delegittimata e un debito pubblico e pensionistico alle stelle. Bisogna ricostruire tutto e soprattutto le istituzioni democratiche, ma su basi nuove.
Dopo la seconda guerra mondiale si avvertì la necessità di segnare una netta discontinuità rispetto al passato: si accantonò la monarchia sabauda per fare dell’Italia una repubblica, convocando un’assemblea costituente che stilasse una nuova carta fondamentale. Fu una giusta decisione e oggi dobbiamo fare lo stesso.
La necessità di una nuova costituente nasce dal fatto che l’attuale sistema istituzionale non è al passo con i tempi. Le culture politiche egemoni nel dopoguerra avviarono un processo che relegava il popolo in un ruolo marginale: i cittadini furono chiamati alle urne per votare i nuovi “padri costituenti”, ma ogni successivo passo ebbe luogo all’interno della ristretta élite dei capi di partito. In effetti, il popolo fu convocato, diede inizio al processo, ma poi fu subito accantonato ed ebbe il ruolo di spettatore muto.
Non soltanto l’esito finale dei lavori non fu sottoposto al voto dei cittadini, ma soprattutto non si accettò di tagliare davvero i ponti con il regime fascista. La riprova è che le realtà locali non ebbero alcun ruolo in quel processo politico costituente, già in larga misura predefinito nei suoi esiti. Nacque così una democrazia dimezzata e malata che subito Luigi Sturzo attaccò con forza segnalando le “male bestie” dello statalismo italiano, della partitocrazia e dello spreco di denaro pubblico. Il sacerdote siciliano aveva ragione e non a caso difese costantemente la sua idea di una democrazia autentica, basata sui municipi e sul coinvolgimento delle comunità locali.
Lo sfascio di oggi non deve allora stupirci: esso è la conseguenza diretta e inevitabile di un ordine politico accentrato, costruito per servire il sovrano di turno e la sua corte e non per tutelare le libertà di tutti.
Il fallimento che oggi vediamo è figlio di quella vicenda. La Repubblica italiana non avrebbe prodotto l’immenso debito pubblico che mette a rischio il futuro dei giovani se le comunità locali e i singoli individui fossero stati liberi e responsabili, invece di essere sudditi di un potere centrale autoreferenziale, né sarebbe stata possibile la tassazione da rapina che sta uccidendo il sistema produttivo se l’ordine istituzionale avesse posto un argine alla crescita della spesa clientelare.
Per ripartire bisogna allora costruire un ordine autenticamente democratico. Non soltanto è necessario ridare ai cittadini il potere costituente, ma bisogna egualmente far sì che le popolazioni dei vari territori possano esprimersi su qualunque questione. La Costituzione vigente ha poco di democratico e ben lo si vede quando esclude la possibilità di far ricorso al voto popolare su imposte, relazioni internazionali o questioni di bilancio. È opportuno, allora, guardare al modello di democrazia integrale della Svizzera – paese che uscirà molto meglio di noi da questa catastrofe sanitaria ed economico-sociale – ed è necessario comprendere che non c’è affatto bisogno che a decidere siano sempre e solo i politici, quando spesso lo potrebbero fare direttamente i cittadini.
È inoltre fondamentale che le libertà dei singoli siano rispettate e per fare questo le giurisdizioni devono essere di dimensioni limitate, come i cantoni svizzeri, e ogni area di governo deve competere con tutte le altre, facendo bene i conti di ciò i cui può disporre sulla base delle risorse prodotte sul territorio. Solo se ogni entità territoriale sarà chiamata a vivere dei propri mezzi potremo avere amministrazioni che non sprecano, non coltivano clientele, non costruiscono cattedrali nel deserto. La stessa crisi sanitaria di queste settimane ci ha insegnato, tra l’altro, che soltanto chi vive in un determinato territorio ha le informazioni e le motivazioni necessarie per decidere correttamente.
Il patto sociale da costruire, infine, deve basarsi sulla libera adesione delle singole comunità. Quella che si deve costruire è una nuova casa, non una prigione. Ecco perché è necessario che la nuova costituzione sia federale a ogni livello e risulti dal voto popolare di tutte le realtà locali e da ognuna di esse. Si dovrà discutere su quali debbano essere le regole che governeranno il nuovo edificio, ma alla fine dovrà abitare il nuovo palazzo solo chi giudicherà che quell’esito non sia penalizzante, non ponga le premesse per vessazioni territoriali o altre ingiustizie, non sia all’origine di quei meccanismi perversi che hanno causato tante conseguenze disastrose in varie regioni d’Italia.
La questione meridionale si potrà risolvere, ad esempio, solo se finirà questo perdurante commissariamento delle realtà del Sud, che sono costrette a subire regole e logiche che impediscono a quelle popolazioni di migliorare le proprie condizioni. Il Mezzogiorno è stato distrutto dall’assistenzialismo, al punto che negli ultimi trent’anni il reddito pro capite di quasi tutti i paesi europei post-comunisti ha superato quello delle regioni del Sud. L’oggettiva penalizzazione del Mezzogiorno nasce dal fatto che esso è diventato una landa desolata di soggetti passivi che possono solo sperare in assistenza e reddito di cittadinanza. Esiste una sola strada, per quanto impervia, che può portare allo sviluppo: restituire libertà e autogoverno alle realtà meridionali, che devono essere responsabili del loro stesso sviluppo, elaborando nuove regole per favorire la libera iniziativa, l’arrivo dei capitali, la solidarietà orizzontale e spontanea.
Avere accettato le logiche di una democrazia dimezzata e avere fatto dell’intera Italia un’anonima periferia di un potere cinico, nelle mani di pochissimi, ci ha condotto in questa situazione. La catastrofe, però, può tradursi in un’opportunità positiva solo se dalle varie comunità che compongono la penisola riuscisse a rinascere la richiesta di un processo che
permetta davvero di rifondare la società su nuove basi.
Le forze della conservazione e quelle che guardano al passato sono agguerrite: prigioniere del mito del potere statale e, soprattutto, schierate a difesa di precisi interessi. Questo manifesto è un invito a tutti gli uomini di buona volontà affinché si diano da fare e nasce dalla consapevolezza che le sigle e le ideologie che ci hanno trascinato in questo baratro non possono intralciare la strada di chi intende lottare per offrire una possibilità di futuro ai propri figli e nipoti. Né le mani dei morti, né le nefaste ideologie del Novecento possono tracciare il cammino dei vivi.
Energie nuove e positive ce ne sono ovunque: questo appello punta a farle venire alla luce, affinché diventino protagoniste di una vera rinascita.

25 aprile 2020, San Marco evangelista.

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